Quando a gennaio del 2005, al termine della relazione morale del Presidente Endrizzi durante l'annuale assemblea associativa, gli fu data la parola perché illustrasse le proposte artistiche dell'anno, Sergio Maccagnan annunciò di non voler prospettare alcun programma poiché aveva deciso di ritirarsi e che tale compito sarebbe toccato ad altri. Tra lo sbalordimento generale, in un'atmosfera che si era improvvisamente sospesa mentre si avvertiva quasi fisicamente una domanda piena d'angoscia sul senso di quanto stava accadendo, partì da qualcuno un applauso che subito si propagò. Quanto durò? A lungo, ma mai abbastanza per potervi riversare dentro la smisurata quantità di affetto, di riconoscenza, di stima e di amicizia che ognuno portava dentro di sè ed ora premeva impetuosamente per uscire fuori. Si percepì chiaramente che un ciclo importantissimo della vita di tutti si era chiuso.
All'alba del nuovo giorno abbiamo cominciato il nostro nuovo cammino con il Maestro Paolo Maccagnan. Figlio di Sergio e Carla, fin da piccolo ha respirato la musica in famiglia assumendone il genio artistico e facendola diventare parte integrante della propria personalità . I più esperti tra noi assicurano che in lui ritrovano molte somiglianze col nonno materno, quell'Oreste Franchi oboista che suonò nelle orchestre dei grandi (tra cui Carlo Maria Giulini) e che, agli albori della vita del Coro, si prestò nobilmente a "dare una mano" al genero direttore. La sua impronta è rimasta (e viene tramandata) soprattutto nella canzone "Quatro cavai che trota", sulla quale i coristi lavorarono con una meticolosità tale che da allora, quando vogliono descrivere il procedimento più corretto per apprendere un pezzo, parlano di "metodo Franchi".
Ebbene, aderendo completamente alla filosofia del padre Sergio, che si è tenacemente prodigato per far riconoscere alla coralità d'ispirazione popolare quella dignità artistica molte volte negata dai maggiorenti della cosiddetta "musica colta" italiana, Paolo (che è un pianista per formazione) ha cominciato senza indugi a lavorare con la perizia del forgiatore e la precisione del cesellatore, con il chiaro intendimento di non disperdere il bagaglio tecnico maturato fino a quel momento, per dare al repertorio una veste espressiva aderente alla propria sensibilità musicale e per aumentare la già notevole ricchezza di canti in possesso del Coro.
Ne è scaturito un Monti Pallidi - a detta di molti - molto compatto nel rendimento sonoro, efficace nella rappresentazione di tutte le gradazioni d'espressione, capace di comunicare al meglio la propria anima musicale ed interagire profondamente con chi lo segue e l'ascolta.





